Onorevoli Colleghi! - Le infrastrutture militari nel nostro Paese risultano dislocate in maniera disomogenea e fortemente concentrate nelle regioni del centro, del nord e del nord-est. Tale dislocazione nasce dall'esigenza, avvertita dopo il secondo conflitto mondiale e nel quadro di preoccupante assetto politico-strategico della «Guerra fredda», di concentrare presìdi militari e di assicurare un'efficace vigilanza lungo la cosiddetta «soglia di Gorizia».
Il rinnovato assetto politico-istituzionale europeo, nonché l'allargamento della NATO a Paesi aderenti all'ex Patto di Varsavia, hanno fatto venire meno le ragioni d'essere di un siffatto dislocamento logistico-geografico delle infrastrutture militari.
A ciò si aggiunga il venire meno dell'obbligo di leva avviato con il processo di professionalizzazione delle Forze armate (disciplinato dal decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, recante «Disposizioni per disciplinare la trasformazione progressiva dello strumento militare in professionale»), che vede come protagonisti del nuovo procedimento di arruolamento, per la maggior parte, giovani provenienti dal sud e dalle isole.
La maggior parte dei militari è quindi costretta ad allontanarsi considerevolmente e immotivatamente, se non per ragioni logistico-strutturali, dai loro luoghi di origine, provocando situazioni di forte disagio e di affollamento abnorme delle strutture militari concepite per un certo numero di militari che, per soli dodici mesi, adempivano i loro obblighi di leva.
Una tale forma di «pendolarismo» comporta l'inutile spreco di capitali e di energie che potrebbero essere investiti in maniera più razionale e proficua, determinando